EDITORIALE - aprile/maggio 2016 – numero 73


A rischio la cultura del lavoro e il valore dei nostri territori

di Andrea Grignaffini
L’umile Champagne dell’Emilia (Mario Soldati, Vino al vino, 1970). Basterebbe questa frase per giustificare agli occhi dell’Unione Europea il valore e l’importanza di un prodotto come il Lambrusco per la terra emiliana in primis, e di conseguenza per l’Italia intera. Suonano invece tanti campanelli d’allarme che fanno rabbrividire. Da Bruxelles cominciano a trapelare voci di corridoio di una nuova interpretazione, volta a una nebulosa semplificazione in favore del consumatore, che vedrebbe la liberalizzazione dei nomi dei vini, snaturandone così in maniera viscerale la loro identità territoriale. Pare infatti che solo quelli che portano il nome del loro territorio di provenienza, come per esempio il Valpolicella, o che lo traggono in prestito da un paese della zona di vocazione, pensiamo a Barolo e Barbaresco, potranno conservare inalterata la loro indole indipendente e italiana, intesa in una forma di squisito provincialismo quanto mai ...

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