ROSSI & CO. - dicembre/gennaio 2016 – numero 71


La custode del Chianti

A Badia a Coltibuono aleggia un che di sacrale. Sacrale, difatti, è la sua origine, un’abbazia villanoviana che custodisce il più autentico carattere chiantigiano. Un luogo di culto e di meditazione, crocevia di cosmopoliti e intellettuali dai quali ha tratto una certa urbanità di costumi pur mantenendo intonsa la sua sostanza. Molto selvaggio, dunque, questo Chianti, di una fierezza che si riversa nel carattere indomito per quanto attempato di certi sorsi, di certe annate che, anche molto indietro, custodiscono una nobiltà in fieri, quando il Chianti era ancora nella mente degli dei e poteva capitare che in quel vinello padronale finissero anche vitigni a bacca bianca. E sono proprio questi che, forse, han fatto del Chianti Classico Riserva Badia a Coltibuono quel nettare vivace che, oggi, sgorga dalle bottiglie opacizzate e lise dal tempo. Quanto tempo? Molto, almeno fino al 1946 e se non fosse stato per i soldati tedeschi, che si scolarono tutta la cantina, si arriverebbe ancora oltre. A colpirci, l’ambo degli anni 40, per esempio, 1946 e 1949, coi filari lasciati alla loro sorte per via della guerra han restituito oggi sorsi scalpitanti, e un naso che si prodiga in racconti di marasca e rose selvatiche. La 1958, aranciata e candita, la 1962 ombrosa e penetrante, la 1966 che profuma di rosa canina fino alla superba 1975 e poi l’eccelsa 1985, su su, passando per le prime annate della decade 90, da 90 punti ciascuna, fino all’affascinante 2000, il vino del secolo, tanto profondo da rasentare lo smisurato 100.

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