STORIA (METODO CLASSICO) - Agosto/Settembre 2013 – numero 57


Inebriarsi di vino e acqua

Se per Catullo e per i puristi d’oggidì annacquare è un verbo da bandire, per gran parte della cultura greca e romana diluire il «latte di Afrodite» era la norma per il piacere del bere

«Ragazzo che versi il vecchio Falerno, riempi le tazze di quello più forte: così decide l’arbitra Postumia, ebbra più d’acino inebbriato. E tu via di qui, vai dove ti pare, acqua, peste del vino: va’ dai cauti bevitori. Per noi il puro Tioniano». Il giovane coppiere aveva già servito vino annacquato prima di esser invitato a riempire nuovamente le tazze di «quello più forte ». Evidentemente l’arbitra Postumia, eletta a magister bibendi del banchetto, non si era astenuta dal bere e, da sbronza, aveva stabilito che il Falerno non fosse solo del tipo «vecchio», ma che fosse soprattutto «puro». E allora il piacere di bere puro Tioniano, puro vino di Bacco, poteva placare gli animi dei convitati al banchetto? I cauti bevitori sarebbero stati felici di esser etichettati come consumatori di solo vino aggiunto di acqua? Il coppiere stava tentando di frodare Postumia e i ...

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